L’habitat rupestre e il Medioevo
Nel cuore del Medioevo, tra il X e il XIII secolo, Mottola visse uno dei periodi più straordinari della sua storia.
Fu allora che nacque la civiltà rupestre, una forma unica di vita e spiritualità che trasformò la roccia in casa, rifugio e chiesa.
Monaci, contadini e artigiani impararono a vivere scavando la pietra, in perfetta armonia con il paesaggio della Murgia.
Oggi quei luoghi, sospesi tra terra e cielo, raccontano un capitolo affascinante della storia mottolese — un mondo scolpito a mano, dove la fede si faceva architettura e il silenzio parlava più delle parole.
Origini della civiltà rupestre
Dopo la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, la Puglia visse un lungo periodo di instabilità.
A partire dal VI secolo, con la dominazione bizantina, arrivarono nella zona gruppi di monaci basiliani in fuga dall’Oriente.
Essi portarono con sé la lingua greca, la cultura teologica e un modo nuovo di vivere la fede: ritirandosi nella natura, scavando grotte e pregando nel silenzio.
Nacque così la civiltà rupestre: un modello insediativo diffuso in tutta la Murgia, ma che a Mottola raggiunse espressioni di grande raffinatezza artistica e spirituale.
Curiosità: la parola “basiliano” deriva da San Basilio Magno, monaco orientale del IV secolo che promosse la vita comunitaria e il lavoro manuale come forma di preghiera.


Vita quotidiana nei villaggi rupestri
I villaggi rupestri di Petruscio e Casalrotto erano vere e proprie città sotterranee.
Oltre alle chiese, comprendevano abitazioni, magazzini, cisterne per l’acqua e perfino spazi comuni per il lavoro e la preghiera.
La vita si svolgeva tra la luce e l’ombra: durante il giorno i monaci coltivavano gli orti e raccoglievano erbe medicinali, la sera si ritiravano nelle grotte per meditare.
Gli spazi erano organizzati con sorprendente ingegno:
- Abitazioni scavate nella roccia, spesso su più livelli.
- Altari e absidi realizzati direttamente nella pietra viva.
- Cisterne per la raccolta delle acque piovane.
- Affreschi per decorare e proteggere gli ambienti sacri.
Particolarità: la disposizione dei villaggi seguiva sempre l’orientamento solare, con le absidi rivolte a est — verso la luce, simbolo di resurrezione.
Le chiese rupestri: fede scolpita nella pietra
Durante il Medioevo, le gravine mottolesi si riempirono di chiese ipogee affrescate.
La più celebre è la Chiesa Rupestre di San Nicola, detta la “Cappella Sistina della Murgia”, decorata con affreschi bizantini del XII secolo.
Le figure di Cristo Pantocratore, santi e arcangeli, dipinte con pigmenti naturali, sono capolavori di arte sacra rupestre.
Altre chiese come Sant’Angelo, San Gregorio e la Madonna delle Scalelle raccontano l’evoluzione della fede mottolese, tra arte bizantina e devozione popolare.


Spiritualità e arte bizantina
La religione dei monaci orientali si esprimeva attraverso simboli e colori.
Ogni affresco aveva un significato:
- il blu indicava la divinità
- il rosso la passione
- l’oro la luce di Dio.
Le immagini non erano semplici decorazioni, ma strumenti di meditazione.
Guardare un’icona significava contemplare il divino, non rappresentarlo.
Così, nelle chiese rupestri, la fede si fondeva con la pietra: la materia diventava preghiera.
Esempio: nell’affresco di San Michele della Chiesa di Sant’Angelo, l’Arcangelo è raffigurato nell’atto di sconfiggere il drago: simbolo della vittoria della luce sulle tenebre.
Dalla roccia al borgo: la nascita della Mottola medievale
Tra il XII e il XIII secolo, il passaggio dei Normanni e degli Svevi segnò la fine progressiva della vita rupestre.
Le comunità si spostarono lentamente sulla superficie, dove nacque il borgo fortificato di Mottola.
Le chiese rupestri non furono abbandonate, ma rimasero luoghi di culto secondari, spesso legati a riti agricoli e devozionali.
Con la costruzione della Chiesa Madre e delle prime mura cittadine, Mottola divenne un punto di riferimento stabile della Murgia medievale.

I monaci scavarono la pietra, e la pietra divenne fede.
Così nacque Mottola, città tra cielo e roccia.
